Archivi tag: Italia

Ai Popoli in #Europa

L’alba del terzo millennio ci vede davanti a grandi responsabilità e davanti a una ancora più grande opportunità. Nel momento di massima tensione tra i vari Popoli che vivono in Europa si scorge una motivo di speranza per un futuro migliore, un futuro di Unità e Fratellanza.

La recente crisi che ha visto contrapporsi le coscienze europee a tutti i livelli, da quello delle più alte rappresentanze politiche internazionali a quello della più comune normalità, ha risvegliato dentro ogni cittadino europeo una consapevolezza finora dormiente: la coscienza di essere parte di qualcosa di straordinario come un’Unione di Popoli che annulla ogni confine fisico e mentale.

Dai laghi finlandesi fino alle assolate spiagge della Sicilia, dai lidi portoghesi fino al Corno d’Oro una sola voce ha commentato lo svolgersi del dibattito, aspro a volte, altre volte basato sulla comprensione: la Voce di un Entità Europea composta da persone comuni.

Si ode il ribollire di un crogiolo di coscienze che volgono la propria attenzione al sogno europeo di quelli che più non sono, per valutarlo e per giudicarlo. Si sentono critiche, suggerimenti e proposte. Finanche le persone più disinteressate ai fatti politici esprimono il loro pensiero, discutono di Europa. Si recrimina e ci si sforza di capire. Ci si chiede come mai potrà essere possibile far diventare una vera Unione quello che ancora lo è solo di nome, e di valuta. Le idee sono tante, le illusioni altrettante.

Le menti si scuotono, i cuori si scaldano.

Gli europei tengono all’Europa, a un’Europa Unita, a un’Europa Unita che sia Patria per tutti i suoi figli.

Ecco la canzone che si sente risuonare da ogni angolo d’Europa.

Le incertezze esistono e sono importanti, ma tutto quello che serve esiste già: gli Europei e il desiderio di essere un’unica e grande Nazione Europea.

Annunci

Addio al roaming internazionale in UE?

Mercoledì la commissione per l’Industria ha approvato l’accordo tra Consiglio e Commissione sulla fine del roaming. I costi legati al roaming dovrebbero diminuire già dall’anno prossimo, mentre dal 15 giugno 2017 chiamare o mandare un’email dall’estero costerà lo stesso che dal proprio paese d’origine.

 

  • L’Unione europea ha cominciato a ridurre i costi legati al roaming già dal 2007.
  • Il Parlamento ha chiesto più volte che questi costi venissero eliminati del tutto.
  • Il 30 giugno 2015 il Parlamento, il Consiglio e la Commissione hanno trovato un accordo sul ‘pacchetto telecomunicazioni’ che dovrebbe abolire il roaming a partire dal 15 giugno 2017.
  • Dal 30 aprile 2016 al 14 giugno 2017 ci sarà un periodo di transizione in cui gli operatori telefonici potranno ancora addebitare dei costi minimi legati al roaming (Esempio: Se a livello nazionale una chiamata costa 8 centesimi al minuto, all’estero non potrà superare i 13 centesimi al minuto).
  • L’accordo tra Parlamento e Consiglio prevede anche le prime regole sulla neutralità della rete a livello europeo che garantiscono un libero accesso ai contenuti in rete.

Qui il “tariffario


Italia, patria dell’ipocrisia

Siete così ansiosi di poter far parte del grasso filone anti-Merkel da essere pronti a strumentalizzare (= trasformare in uno strumento, de-umanizzare) una bambina che piange perché le è stata detta la verità.

La verità è che la Germania non può provvedere a TUTTI i richiedenti asilo da TUTTO il mondo, così come non può nessun altro paese europeo. Ed è esattamente questo che il Cancelliere tedesco ha detto: “Non possiamo aiutare TUTTI”. Inoltre, ha specificato che anche tra gli immigrati ci sono delle precedenze: si cerca di accogliere prima i profughi che scappano da una guerra in atto nel loro paese. La ragazzina viene dal Libano, e il Libano non è un paese in guerra al momento, punto. Per cui vengono prese in considerazione prima altre richieste, ed è probabile che qualche richiedente asilo Libanese venga respinto.

E allora? Perché è ok se la massa degli italiani invoca di respingere gli immigrati, arrivando addirittura al razzismo aperto come a Treviso, ma non va bene se un politico tedesco, nientemeno che Angela Merkel, l’anticristo per gli italioti, dice la semplice verità a una bambina?

Certo, è più italiano essere ipocriti o mobilitare risorse per risolvere il caso di una sola persona, apparsa in TV, perché dà la possibilità di fare un po’ di campagna elettorale.

 


Facebook, Gianluca Buonanno e la Commissione Europea

Girovagando tra i documenti disponibili pubblicamente sul sito del Parlamento Europeo (cosa che consiglierei a tutti di fare, se non altro per farsi un’idea di cosa fanno i parlamentari) mi sono imbattuto in una perla di non rara italica bellezza.

Il 5 Marzo 2015, Gianluca Buonanno, Eurodeputato per l’Italia ed esponente della Lega Nord, indirizza alla Commissione Europea seguente Interrogazione con richiesta di risposta scritta:

Oggetto:  Impedimento arbitrario di utilizzo e di accesso a Facebook — violazione della libertà di espressione

Ho postato sul mio profilo Facebook il video relativo a un confronto avuto nel corso della trasmissione Piazza Pulita del 2 marzo scorso con la Sig.ra Pavlonic, attivista rom. Il confronto con l’attivista è stato acceso, come spesso succede nei dibattiti politici. Nel confronto definivo l’etnia rom «feccia della società», in riferimento alla percentuale decisamente elevata di reati contro il patrimonio e le persone commessi da appartenenti all’etnia rom. Il video ha avuto una larga diffusione in Internet e al riguardo ho ricevuto molti apprezzamenti e molte critiche. Facebook, social network che abitualmente uso a fini di comunicazione politica e nel quale il mio profilo conta circa 30 000 iscritti, ha bloccato la visione del video impedendomi l’accesso al profilo per 24 ore. Pare che un tale provvedimento sia apertamente lesivo della mia libertà politica e di espressione.

Ritiene la Commissione che la cancellazione di un messaggio e di un dibattito politico, senza che alcuna autorità giudiziaria si sia espressa in merito, sia un mezzo barbaro non rispettoso dei miei diritti quali garantiti dalla Carta fondamentale dei diritti UE?

Ritiene inoltre che la chiusura arbitraria del mio profilo sia un gesto oscurantista degno più del Califfato Islamico che non di un’Europa democratica e garantista, per cui pensa di dover normare la materia vista la rilevanza dei social network?

Ecco la risposta del 20 maggio 2015 di Věra Jourová a nome della Commissione:

La Commissione condanna il razzismo e la xenofobia, in quanto incompatibili con i valori su cui si fonda l’Unione europea. Nella prima relazione sull’attuazione da parte degli Stati membri della decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale, la Commissione ha indicato specificamente che «comportamenti razzisti e xenofobi da parte di opinion leader possono contribuire a creare un clima sociale che legittima il razzismo e la xenofobia e dare così origine a comportamenti più gravi, quali la violenza razzista».
La Commissione è consapevole del fatto che alcune piattaforme di social media, come Facebook, hanno adottato norme comunitarie che elencano i tipi di contenuto che tali piattaforme non autorizzano, quali l’incitamento all’odio, all’istigazione al terrorismo e l’istigazione alla violenza.

(grassetti e sottolineato sono miei).

Lasciando da parte il ridicolo di una simile interrogazione fatta al Parlamento europeo, diamo un’occhiata ai termini di utilizzo di Facebook.

Articolo 3: Sicurezza
Ci impegniamo al massimo per fare in modo che Facebook sia un sito sicuro, ma non possiamo garantirlo. Abbiamo bisogno che gli utenti contribuiscano a tutelare la sicurezza di Facebook, ovvero che si impegnino a: […] punto 7. non pubblicare contenuti minatori, pornografici, con incitazioni all’odio o alla violenza […]; punto 9. non usare Facebook per scopi illegali, ingannevoli, malevoli o discriminatori.

Articolo 5: Protezione dei diritti di terzi
Rispettiamo i diritti di terzi e ci aspettiamo che l’utente faccia lo stesso.

  1. È vietato pubblicare o eseguire azioni su Facebook che non rispettano i diritti di terzi o le leggi vigenti.
  2. Ci riserviamo il diritto di rimuovere tutti i contenuti o le informazioni che gli utenti pubblicano su Facebook, nei casi in cui si ritenga che non rispettino la presente Dichiarazione o le nostre normative.

Articolo 14: Risoluzione
Se le azioni dell’utente non rispettano nella forma e nella sostanza la presente Dichiarazione o creano dei rischi legali per la società, ci riserviamo il diritto di interrompere la fornitura di parte o di tutti i servizi di Facebook nei confronti dell’utente stesso.

E se tutto questo ancora non fosse sufficiente a dimostrare come Buonanno non si sia nemmeno preso la briga di leggere quello che accettava creando un account su Facebook (come fa il 90% degli utenti di Facebook, secondo me) basti ricordare ancora una cosa:

Articolo 15. Controversie

  1. Qualsiasi reclamo, diritto sostanziale o disputa (“reclamo”) tra l’utente e Facebook, derivante dalla presente Dichiarazione o dall’utilizzo di Facebook o ad essa relativo, verrà risolto esclusivamente nel tribunale del distretto federale statunitense della California settentrionale o in un tribunale situato a San Mateo County. L’utente accetta di sottostare alla giurisdizione personale dei tribunali sopracitati allo scopo di portare avanti tali controversie. La presente Dichiarazione, nonché qualsiasi reclamo che possa insorgere tra le parti, sono regolate dalle leggi dello stato della California, indipendentemente dai conflitti delle disposizioni di legge.

 

Non so esprimere quanto profondamente io sia disgustato dal livello dei politici che esprimiamo in Europa (tra questo, questo e Buonanno non so davvero chi sia peggio).


Matrimoni omosessuali, la situazione italiana

La sentenza negli USA

Il 27 Giugno 2015 la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha esteso il diritto delle coppie omosessuali di contrarre il matrimonio civile e il diritto di vedere riconosciuto il proprio matrimonio civile negli Stati di residenza, anche se contratti in Stati diversi, a tutti gli Stati dell’ Unione. Non si tratta, come potrebbero pensare molti italiani male informati e dotati di meno senso critico di un criceto impagliato, di una decisione rivoluzionaria o di un “finalmente la cosa è legale”, ma semplicemente dell’applicazione di leggi, già in vigore in 37 stati su 50, anche ai territori di quattro degli Stati in cui, finora, non lo erano (precisamente: Michigan, Kentucky, Ohio e Tennessee) e, quindi, a tutto il territorio nazionale. Quindi, semmai, si tratterebbe di un “finalmente vale ovunque”, ovvero su tutto il territorio nazionale degli USA.
Certo, un riconoscimento a livello nazionale è un traguardo importante, anzi, direi fondamentale, ma in questo caso non era il diritto in sé a essere in questione, né la legge. Si trattava di far applicare una legge anche laddove non lo era ancora. Infatti, fino a prima di questa sentenza la questione era lasciata al libero arbitrio di ogni Stato dell’Unione. Dal 27 Giugno 2015 non più. E poco importa che la sentenza sia passata con 5 voti contro 4 contrari.

Quindi, congratulazioni alle coppie di omosessuali d’oltreoceano con l’augurio di vivere una vita lunga col proprio partner e quanto più felice possibile.
Su quali basi è stata emessa questa sentenza? Leggendola (qui il testo integrale) emerge chiaramente che i giudici hanno basato la loro decisione sul Quattordicesimo Emendamento della Costituzione Americana.
Eccone la prima sezione, quella che qui interessa: Section 1. All persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens of the United States and of the State wherein they reside. No State shall make or enforce any law which shall abridge the privileges or immunities of citizens of the United States; nor shall any State deprive any person of life, liberty, or property, without due process of law; nor deny to any person within its jurisdiction the equal protection of the laws. (Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggetti alla sua giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato nel quale risiedono. Nessuno Stato può emettere o applicare qualsiasi legge che possa limitare i privilegi o le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; né un qualsiasi Stato può privare una qualsiasi persona della vita, della libertà o della proprietà senza un giusto processo legale; né negare ad alcuna persona sotto la sua giurisdizione uguale protezione da parte delle leggi).

Le due parti citate dai giudici nella sentenza sono il diritto a un giusto processo e il diritto di ciascun individuo a una protezione uguale da parte della legge. Non bisogna dimenticare, infatti, che le quattordici coppie di omosessuali e le due persone sopravvissute ai loro partner che si sono rivolti alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, ovvero l’ultimo grado di giudizio di quella nazione, nonché l’unico tribunale autorizzato a pronunciarsi sulla costituzionalità di una sentenza, avevano già avuto delle sentenza sfavorevoli da parte di tribunali inferiori. Infatti, a chiusura della sentenza si legge: “The judgment of the Court of Appeals for the Sixth Circuit is reversed”.

In definitiva, la sentenza della corte suprema dice che non sussistono motivi legali per cui uno Stato debba rifiutare il diritto di sposarsi alle coppie omosessuali o rifiutare di dare pieno riconoscimento a matrimoni di coppie omosessuali celebrati in Stati differenti da quello in cui i coniugi in questione risiedono.

 

La situazione in Italia

Il matrimonio civile
Attualmente, il matrimonio civile è disciplinato dalla Legge n. 151 del 19 maggio 1975 (c.d. «Riforma del diritto di famiglia»), che ha apportato sostanziali innovazioni alla normativa del Codice civile del 1942 (link a pdf), anche in ossequio ai fondamentali e nuovi principi in materia nel frattempo delineati dalla Costituzione repubblicana del 1948, oltre che dai successivi interventi della Corte Costituzionale.

Sia il precedente Codice Civile del 1865 (art. 55 e seguenti) che quello vigente del 1942 non offrono una definizione giuridica del matrimonio e, pertanto, essa va dedotta dall’interpretazione della complessiva disciplina relativa ai requisiti della validità del vincolo e agli effetti che dallo stesso scaturiscono. Esso è l’istituto giuridico tramite il quale due persone, di diverso sesso e in possesso dei requisiti richiesti dalla legge italiana, ufficializzano liberamente e volontariamente davanti ad un ufficiale dello stato civile (Sindaco o suo delegato) e alla presenza di due testimoni il loro legame finalizzato alla formazione di una famiglia, cioè di un nucleo familiare potenzialmente stabile, spesso comprensivo anche di figli. Trattasi di un diritto fondamentale della persona, riconosciuto, garantito e protetto innanzitutto dalla Costituzione Italiana, laddove afferma che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», il quale – come già si accennava – «è ordinato alla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi» (art. 29).

Il matrimonio Concordatario
L’Italia è un paese in cui il Cristianesimo Cattolico ha una profondissima influenza sulla società ed è possibile anche contrarre il matrimonio secondo le norme del codice canonico. Si tratta del matrimonio religioso o, più correttamente, matrimonio concordatario.
Lo Stato riconosce gli effetti civili di questa forma di matrimonio in base alla legge n. 121 del 25 marzo 1985 (Accordo di Villa Madama o Nuovo Concordato).
Appare chiaro, quindi, che per come stanno le cose adesso in Italia non esiste alcuna forma di unione tra due persone alternativa al matrimonio tra un uomo e una donna. E per quanto le coppie di fatto siano tutelate da moltissime norme, non hanno riconoscimento ufficiale da parte delle leggi italiane.

Il ddl Cirinnà

Si trova attualmente in discussione un disegno di legge che potrebbe dare una svolta decisiva alla situazione. Si tratta del Disegno di Legge Disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili, comunemente noto come ddl Cirinnà (dal nome della relatrice, Monica Cirinnà), presentato il 15 Marzo del 2013. Da allora il ddl è in commissione, grazie anche alle migliaia di emendamenti proposti da chi ha semplicemente voglia di ostacolare e da chi cerca di migliorare il testo (per chi volesse prendersi il tempo di leggerli tutti qui trovate il fascicolo completo).

Cosa propone questo disegno di legge? Se avrete la pazienza di leggerne il testo potrete facilmente notare che la proposta non è altro che quella di estendere i diritti vigenti per il matrimonio civile anche alle unioni civili di due persone dello stesso sesso (si noti che si parla del matrimonio CIVILE, perché il matrimonio canonico non sarà mai permesso a persone dello stesso sesso) , con due sole eccezioni: la pensione di reversibilità e l’adozione di bambini che non siano figli naturali di uno dei due coniugi omosessuali o (la cosiddetta stepchild adoption).

Ora, per quel me mi riguarda la trovo una proposta ragionevole e ben ponderata, semmai tardiva. Ma la società italiana ha delle caratteristiche peculiari che la rendono del tutto differente da quelle, per esempio, del Nord Europa (argomento su cui ritornerò in altri post) e quindi dei cambiamenti di questa portata saranno sempre più difficili qui che altrove.

I duri e puri
Contro questo disegno di legge si alzano alcune voci del panorama culturale italiano.
Ne cito solo due ma ce ne sono in abbondanza.

La prima è quella del senatore Lucio Malan. In una sua intervista pubblicata da Avvenire, il 26 Giugno 2015, sositene che il ddl Cirinnà porterebbe ai “matrimoni di comodo” (immagino che questa preoccupazione sia riferita alla pratica diffusa dei matrimoni di ersone straniere con italiani/e per avere la cittadinanza) e che la “stepchild adoption” poterebbe alla pratica dell’utero in affitto.

Su quest’ultimo argomento concorda Costanza Miriano, giornalista e blogger molto conosciuta e strenua paladina del credo cattolico, in uno degli articoli  sul suo blog . Invero un articolo pieno di verve e poca mansuetudine!

Quest’ultima è stata anche tra i promotori della manifestazione Family Day, del 20 Giugno scorso.

Oltre quattrocentomila manifestanti, secondo le autorità, sono scesi in piazza per difendere la cosiddetta “famiglia naturale”. É chiaro che per loro “famiglia naturale” sia un sinonimo di “famiglia formata da un uomo e una donna”, non prendendo in considerazione alcuna apertura verso tipi di famiglia differenti.

Suppongo che si rifacciano all’articolo 29 della Costituzione, e precisamente alla parte in cui si legge: «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Il dibattito sul significato di queste parole è annoso, e non è il caso di riprenderlo qui.

La mia opinione è che “famiglia” e “società” siano un istituto e un concetto del tutto umani, mentre di “naturale” c’è solamente l’atto procreativo (per il quale non è affatto essenziale il matrimonio).

Ma non pretendo di essere più illuminato dell’intellighentia costituzionale italiana.

Conclusioni
Credo che sarebbe anche ora che l’Italia si dotasse di leggi che riconoscano ufficialmente  la piena legittimità e uguaglianza delle unioni civili col matrimonio, fermo restando un no deciso e definitivo ad adozioni di bambini che non siano figli naturali di uno dei partner. E non parlo solamente di unioni civili o convivenze omosessuali, ma anche di quelle eterosessuali che non intendano contrarre un matrimonio, civile o canonico che sia.
No alle adozioni perché un bambino, per quanto mi riguarda, va tutelato da qualsiasi condizionamento sociale che già moltissimi adulti fanno fatica a riconoscere come tale.
Inoltre, un bambino deve crescere in un ambiente che dia sicurezza, e chi non ha intenzione di impegnarsi nei doveri di un’unione stabile, duratura e sicura (cosa che una convivenza semplicemente non è) non può darne.

Infine un punto che mi preme sottolineare: un bambino NON è un diritto e NON può, ipso facto, essere concesso per legge a chi non può naturalmente averne, soprattutto se questa impossibilità dipende da scelte prese con consapevolezza. Si accetti che la scelta che si compie preclude la possibilità di avere dei figli (eccetto l’adozione del figlio naturale del coniuge) e non si cerchi di sopperire al senso di colpa che si prova verso se stessi, perché chi sceglie sa benissimo che non potrà avere figli naturali dal proprio coniuge.