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Io sto con Schäuble. Ecco perché.

Quando tutti già stavano stappando il proverbiale Champagne per l’accordo raggiunto tra Unione Europea e Grecia ecco che Wolfgang Schäuble, Ministro delle Finanze della Germania dal 2009 (e quindi la crisi l’ha vissuta tutta sulle sue spalle), gela tutti quanti affermando che no, non bastano le promesse fatte dalla Grecia. La motivazione principale è che dei greci non ci si può fidare.

Ora, quello che pensate della Germania tenetevelo per voi, non mi interessa. Ma come può il Ministro delle Finanze del paese che più di tutti gli altri ha prestato alla Grecia (la BCE elargisce i prestiti in base alle quote in capitale che ogni paese ha, e la Germania, nel solo 2010, per esempio, ha sborsato 22,4 miliardi di euro, secondo in quantità solo al FMI) fidarsi ancora dopo gli ultimi sei mesi di trattative? Né Tsipras né, tantomeno, Varoufakis si sono dimostrati affidabili, limitandosi entrambi a un mero ostruzionismo populista denso di propaganda anti-europea e demagogica, fino a interrompere le negoziazioni e a scaricare sulle spalle dei greci la responsabilità della decisione (causando con questo una perdita di 12 miliardi al suo paese, oltre a tutti i guai che stanno passando i greci). Non solo Tsipras si è dimostrato un debitore insolvente, no. Ha anche avuto l’ardire di rifiutarsi di negoziare (e per quelli di voi che pensano che il referendum greco sia stata la vittoria della democrazia ho una sola risposta: nulla in tutto quello che sta succedendo ha a che fare con la democrazia, ma semplicemente con la sovranità nazionale).

Inoltre, per la Germania è inconcepibile un taglio del debito, perché vorrebbe dire che un paese può indebitarsi ad libitum per poi invocare un taglio. Creerebbe un precedente che potrebbero invocare altri stati (Spagna e Italia in primis). Si noti che Grecia, Spagna e Italia sono i paesi in cui Syriza, Podemos e Movimento 5 Stelle rappresentano il populismo pragmatico che governa, nel primo paese, o che potrebbe governare, negli altri due e sono anche i tre paesi che soffrono di indebitamento cronico istituzionalizzato. In questi paesi le misure di Austerity colpiscono governi non avvezzi a rinunce o a tagli decisi, e nessuno di questi tre paesi ha una leadership con il coraggio di imporre riforme e ristrutturazioni drastiche (pensiamo solo alla lotta alla corruzione e all’evasione fiscale). Nessuna sopresa, quindi, che questi peaesi vengano considerati poco affidabili.

Al momento ci sono due schieramenti opposti nei confronti della Grecia: Nord Europa contro Sud Europa. E già questa contrapposizione è un sintomo che l’Europa, così com’è, non funziona.

I paesi del Nord Europa non intendono regalare più nulla alla Grecia, e in ogni caso non in cambio di parole e vuote promesse. E non intendono procedere ad alcun taglio sul debito. Oltre alla Germania, che ne è il rappresentante più importante, parliamo di Finlandia e dei paesi baltici, per esempio. La Finlandia ha il suo deficit da curare, mentre Estonia, Lettonia e Lituania non hanno certo delle economie che si possono permettere prestiti miliardari alla Grecia (tutte e tre hanno adottato l’euro dopo il primo pacchetto di aiuti, e le ultime due dopo il secondo). Perché dovrebbero rischiare miliardi per chi ha dimostrato di non poterli restituire?

I paesi del Sud Europa, invece, tendono a porsi dalla parte greca, chi più chi meno cautamente. La Spagna, con elezioni a Novembre, e l’Italia, notoriamente governata da scavalcafossi professionisti sempre impegnati a schierarsi dalla parte di chi al momento sembra rappresentare il punto di vista vincente.

In mezzo c’è la Francia, il grande mediatore, ma più per una sorta di paura cronica di contare in Europa meno della Germania (come effettivamente è). Sta portando avanti un gioco tutto suo, diciamo.

Ogni paese dell’Eurozona ha i suoi problemi finanziari, e tutti cercano di rientrare nei parametri stabiliti come riescono. La Grecia aveva avuto indicazioni precise su cosa fare per meritarsi l’aiuto dalla BCE e dal ESM. Ma è stato fatto poco, e male. Ora si ritrova con un Primo Ministro che ha ereditato una situazione tragica (per il solo fatto di aver accettato di governare un paese in quelle condizioni Tsipras merita tutta la mia ammirazione) ma che ha giocato malissimo il suo bluff, perdendo in un solo colpo tutta la sua credibilità sia all’esterno (presso gli altri 18 rappresentanti dell’Eurozona), che all’interno (presso il suo partito prima e il suo paese poi).

Detto ciò, qual è l’errore nel volere vedere approvate le riforme necessarie e richieste prima di elargire ulteriori prestiti?

Ecco perché io sto con Schäuble.

 

Aggiungo una considerazione finale.

Se ancora l’Europa non è una Federazione di Stati forte e determinante nel mondo (oltre a essere il mercato più importante) è solo perché ogni singolo Stato (Germania compresa) antepone i propri interessi a quelli della Comunità, pensando, forse, di essere più democratico degli altri. Direte, giustamente, che la Germania si comporta come se fosse a capo dell’Unione Europea. E altrettanto giustamente io vi chiedo: “Perché no?” La Germania è l’economia più forte in Europa, è il paese che ha messo nella BCE più denaro degli altri, è il paese da cui tutti si aspettano una soluzione o un intervento (salvo poi lamentarsene ipocritamente). Angela Merkel è il Leader europeo cui è riconosciuta la massima importanza dal resto del mondo.

Quindi perché non inserirsi sulla scia tedesca? Che importano le stupide rivendicazioni dei singoli paesi (Germania compresa) quando in palio c’è la creazione di una Federazione che può competere senza sforzo con USA, Cina e Russia su ogni fronte?

Quando l’orgoglio verrà messo da parte?

 

Coloro che sottoscrissero il Trattato che istituiva l’Unione Europea scrissero:

[…[ DETERMINATI a porre le fondamenta di un’unione sempre più stretta fra i popoli europei […]

Sembra che questa determinazione sia venuta a mancare.

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Matrimoni omosessuali, la situazione italiana

La sentenza negli USA

Il 27 Giugno 2015 la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha esteso il diritto delle coppie omosessuali di contrarre il matrimonio civile e il diritto di vedere riconosciuto il proprio matrimonio civile negli Stati di residenza, anche se contratti in Stati diversi, a tutti gli Stati dell’ Unione. Non si tratta, come potrebbero pensare molti italiani male informati e dotati di meno senso critico di un criceto impagliato, di una decisione rivoluzionaria o di un “finalmente la cosa è legale”, ma semplicemente dell’applicazione di leggi, già in vigore in 37 stati su 50, anche ai territori di quattro degli Stati in cui, finora, non lo erano (precisamente: Michigan, Kentucky, Ohio e Tennessee) e, quindi, a tutto il territorio nazionale. Quindi, semmai, si tratterebbe di un “finalmente vale ovunque”, ovvero su tutto il territorio nazionale degli USA.
Certo, un riconoscimento a livello nazionale è un traguardo importante, anzi, direi fondamentale, ma in questo caso non era il diritto in sé a essere in questione, né la legge. Si trattava di far applicare una legge anche laddove non lo era ancora. Infatti, fino a prima di questa sentenza la questione era lasciata al libero arbitrio di ogni Stato dell’Unione. Dal 27 Giugno 2015 non più. E poco importa che la sentenza sia passata con 5 voti contro 4 contrari.

Quindi, congratulazioni alle coppie di omosessuali d’oltreoceano con l’augurio di vivere una vita lunga col proprio partner e quanto più felice possibile.
Su quali basi è stata emessa questa sentenza? Leggendola (qui il testo integrale) emerge chiaramente che i giudici hanno basato la loro decisione sul Quattordicesimo Emendamento della Costituzione Americana.
Eccone la prima sezione, quella che qui interessa: Section 1. All persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens of the United States and of the State wherein they reside. No State shall make or enforce any law which shall abridge the privileges or immunities of citizens of the United States; nor shall any State deprive any person of life, liberty, or property, without due process of law; nor deny to any person within its jurisdiction the equal protection of the laws. (Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggetti alla sua giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato nel quale risiedono. Nessuno Stato può emettere o applicare qualsiasi legge che possa limitare i privilegi o le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; né un qualsiasi Stato può privare una qualsiasi persona della vita, della libertà o della proprietà senza un giusto processo legale; né negare ad alcuna persona sotto la sua giurisdizione uguale protezione da parte delle leggi).

Le due parti citate dai giudici nella sentenza sono il diritto a un giusto processo e il diritto di ciascun individuo a una protezione uguale da parte della legge. Non bisogna dimenticare, infatti, che le quattordici coppie di omosessuali e le due persone sopravvissute ai loro partner che si sono rivolti alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, ovvero l’ultimo grado di giudizio di quella nazione, nonché l’unico tribunale autorizzato a pronunciarsi sulla costituzionalità di una sentenza, avevano già avuto delle sentenza sfavorevoli da parte di tribunali inferiori. Infatti, a chiusura della sentenza si legge: “The judgment of the Court of Appeals for the Sixth Circuit is reversed”.

In definitiva, la sentenza della corte suprema dice che non sussistono motivi legali per cui uno Stato debba rifiutare il diritto di sposarsi alle coppie omosessuali o rifiutare di dare pieno riconoscimento a matrimoni di coppie omosessuali celebrati in Stati differenti da quello in cui i coniugi in questione risiedono.

 

La situazione in Italia

Il matrimonio civile
Attualmente, il matrimonio civile è disciplinato dalla Legge n. 151 del 19 maggio 1975 (c.d. «Riforma del diritto di famiglia»), che ha apportato sostanziali innovazioni alla normativa del Codice civile del 1942 (link a pdf), anche in ossequio ai fondamentali e nuovi principi in materia nel frattempo delineati dalla Costituzione repubblicana del 1948, oltre che dai successivi interventi della Corte Costituzionale.

Sia il precedente Codice Civile del 1865 (art. 55 e seguenti) che quello vigente del 1942 non offrono una definizione giuridica del matrimonio e, pertanto, essa va dedotta dall’interpretazione della complessiva disciplina relativa ai requisiti della validità del vincolo e agli effetti che dallo stesso scaturiscono. Esso è l’istituto giuridico tramite il quale due persone, di diverso sesso e in possesso dei requisiti richiesti dalla legge italiana, ufficializzano liberamente e volontariamente davanti ad un ufficiale dello stato civile (Sindaco o suo delegato) e alla presenza di due testimoni il loro legame finalizzato alla formazione di una famiglia, cioè di un nucleo familiare potenzialmente stabile, spesso comprensivo anche di figli. Trattasi di un diritto fondamentale della persona, riconosciuto, garantito e protetto innanzitutto dalla Costituzione Italiana, laddove afferma che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», il quale – come già si accennava – «è ordinato alla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi» (art. 29).

Il matrimonio Concordatario
L’Italia è un paese in cui il Cristianesimo Cattolico ha una profondissima influenza sulla società ed è possibile anche contrarre il matrimonio secondo le norme del codice canonico. Si tratta del matrimonio religioso o, più correttamente, matrimonio concordatario.
Lo Stato riconosce gli effetti civili di questa forma di matrimonio in base alla legge n. 121 del 25 marzo 1985 (Accordo di Villa Madama o Nuovo Concordato).
Appare chiaro, quindi, che per come stanno le cose adesso in Italia non esiste alcuna forma di unione tra due persone alternativa al matrimonio tra un uomo e una donna. E per quanto le coppie di fatto siano tutelate da moltissime norme, non hanno riconoscimento ufficiale da parte delle leggi italiane.

Il ddl Cirinnà

Si trova attualmente in discussione un disegno di legge che potrebbe dare una svolta decisiva alla situazione. Si tratta del Disegno di Legge Disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili, comunemente noto come ddl Cirinnà (dal nome della relatrice, Monica Cirinnà), presentato il 15 Marzo del 2013. Da allora il ddl è in commissione, grazie anche alle migliaia di emendamenti proposti da chi ha semplicemente voglia di ostacolare e da chi cerca di migliorare il testo (per chi volesse prendersi il tempo di leggerli tutti qui trovate il fascicolo completo).

Cosa propone questo disegno di legge? Se avrete la pazienza di leggerne il testo potrete facilmente notare che la proposta non è altro che quella di estendere i diritti vigenti per il matrimonio civile anche alle unioni civili di due persone dello stesso sesso (si noti che si parla del matrimonio CIVILE, perché il matrimonio canonico non sarà mai permesso a persone dello stesso sesso) , con due sole eccezioni: la pensione di reversibilità e l’adozione di bambini che non siano figli naturali di uno dei due coniugi omosessuali o (la cosiddetta stepchild adoption).

Ora, per quel me mi riguarda la trovo una proposta ragionevole e ben ponderata, semmai tardiva. Ma la società italiana ha delle caratteristiche peculiari che la rendono del tutto differente da quelle, per esempio, del Nord Europa (argomento su cui ritornerò in altri post) e quindi dei cambiamenti di questa portata saranno sempre più difficili qui che altrove.

I duri e puri
Contro questo disegno di legge si alzano alcune voci del panorama culturale italiano.
Ne cito solo due ma ce ne sono in abbondanza.

La prima è quella del senatore Lucio Malan. In una sua intervista pubblicata da Avvenire, il 26 Giugno 2015, sositene che il ddl Cirinnà porterebbe ai “matrimoni di comodo” (immagino che questa preoccupazione sia riferita alla pratica diffusa dei matrimoni di ersone straniere con italiani/e per avere la cittadinanza) e che la “stepchild adoption” poterebbe alla pratica dell’utero in affitto.

Su quest’ultimo argomento concorda Costanza Miriano, giornalista e blogger molto conosciuta e strenua paladina del credo cattolico, in uno degli articoli  sul suo blog . Invero un articolo pieno di verve e poca mansuetudine!

Quest’ultima è stata anche tra i promotori della manifestazione Family Day, del 20 Giugno scorso.

Oltre quattrocentomila manifestanti, secondo le autorità, sono scesi in piazza per difendere la cosiddetta “famiglia naturale”. É chiaro che per loro “famiglia naturale” sia un sinonimo di “famiglia formata da un uomo e una donna”, non prendendo in considerazione alcuna apertura verso tipi di famiglia differenti.

Suppongo che si rifacciano all’articolo 29 della Costituzione, e precisamente alla parte in cui si legge: «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Il dibattito sul significato di queste parole è annoso, e non è il caso di riprenderlo qui.

La mia opinione è che “famiglia” e “società” siano un istituto e un concetto del tutto umani, mentre di “naturale” c’è solamente l’atto procreativo (per il quale non è affatto essenziale il matrimonio).

Ma non pretendo di essere più illuminato dell’intellighentia costituzionale italiana.

Conclusioni
Credo che sarebbe anche ora che l’Italia si dotasse di leggi che riconoscano ufficialmente  la piena legittimità e uguaglianza delle unioni civili col matrimonio, fermo restando un no deciso e definitivo ad adozioni di bambini che non siano figli naturali di uno dei partner. E non parlo solamente di unioni civili o convivenze omosessuali, ma anche di quelle eterosessuali che non intendano contrarre un matrimonio, civile o canonico che sia.
No alle adozioni perché un bambino, per quanto mi riguarda, va tutelato da qualsiasi condizionamento sociale che già moltissimi adulti fanno fatica a riconoscere come tale.
Inoltre, un bambino deve crescere in un ambiente che dia sicurezza, e chi non ha intenzione di impegnarsi nei doveri di un’unione stabile, duratura e sicura (cosa che una convivenza semplicemente non è) non può darne.

Infine un punto che mi preme sottolineare: un bambino NON è un diritto e NON può, ipso facto, essere concesso per legge a chi non può naturalmente averne, soprattutto se questa impossibilità dipende da scelte prese con consapevolezza. Si accetti che la scelta che si compie preclude la possibilità di avere dei figli (eccetto l’adozione del figlio naturale del coniuge) e non si cerchi di sopperire al senso di colpa che si prova verso se stessi, perché chi sceglie sa benissimo che non potrà avere figli naturali dal proprio coniuge.